
Ci siamo occupati di interventi dedicati alla prevenzione ed al contrasto del gioco d’azzardo patologico attraverso cinque specifiche e differenti azioni:
- Sportello di ascolto online
finalizzato ad offrire supporto e informazioni a persone con problematiche legate al gioco d’azzardo e ai loro familiari e orientarli verso i servizi di presa in carico socio-sanitaria attivi sul territorio; - Interventi psico-educativi nelle scuole
con finalità di sensibilizzazione e prevenzione del gioco problematico e promozione del gioco di abilità con finalità ludiche ed evolutive; - Campagna di informazione
Azioni di prevenzione e sensibilizzazione sul fenomeno del Gioco d’Azzardo Patologico attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie e mass media; - Gruppo AMA- Auto Mutuo Aiuto
Uno spazio di gruppo dove le persone conproblematiche legate al gioco d’azzardo, o persone a loro vicine, possono confrontarsi e fornire reciproco sostegno; - UDS- Unità Di Strada
Un servizio che svolge attività informativa, offre un iniziale supporto alle persone in difficoltà e compie attività di orientamento ai servizi.


Sportello di ascolto e informazione online
Lo Sportello di ascolto e informazione online ha offerto informazioni e uno spazio di ascolto alle persone e ai loro familiari che vivevano una problematica legata al gioco patologico, rispondendo al bisogno di un primo momento di accoglienza, ascolto, messa a fuoco del problema e supporto al cambiamento.
La scelta di operare da remoto è stata pensata per garantire una maggiore accessibilità al servizio e una più efficace tutela della privacy e dell’anonimato, favorendo così l’avvicinamento anche delle persone più restie a richiedere un aiuto in presenza.
Accesso allo spazio di ascolto e informazione
Lo spazio di consulenza online ha operato attraverso diverse modalità, per rispondere in modo flessibile alle esigenze dei beneficiari:
- consulenze telefoniche, per agevolare il più possibile la richiesta di supporto;
- consulenze tramite WhatsApp, Skype o altre piattaforme familiari al richiedente.
Percorsi attivati
Attraverso il primo colloquio è stata avviata un’analisi della domanda e un pre-screening iniziale, a cui potevano seguire:
- interventi di orientamento (da 1 a 3 incontri);
- percorsi di consulenza, con un momento di follow-up;
- invii protetti ai servizi sanitari territoriali (ASL – SerD).
Linguaggi artistici e riflessioni sul gioco d’azzardo
Nel corso del progetto sono stati proposti montaggi di film, brani musicali, opere visive e libri che affrontano o evocano il tema del gioco d’azzardo.
Attraverso cinema, musica, letteratura e arte, è stata offerta una lettura trasversale del fenomeno, favorendo momenti di riflessione e di confronto sulle emozioni e sui significati che queste produzioni culturali possono suscitare.
Film e Serie TV

Il Colibrì
Film
Il colibrì (2022) di Francesca Archibugi
Il protagonista del film, Marco Carrera, entra in un giro di poker clandestino. Una sera, in uno di questi incontri, ritrova un suo vecchio amico d’infanzia che porta lo stigma dello “iettatore”. Quest’ultimo gli confida di essere stato assoldato dal padrone di casa, che era poi la persona che lo aveva introdotto in quell’ambiente, per portargli sfortuna di modo che, quella sera, perdesse tutto e si rovinasse.
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Regalo di Natale
Film
Regalo di Natale (1986) di Pupi Avati
Quattro amici si ritrovano la notte di Natale per giocare a poker con un misterioso avvocato (Delle Piane), noto nell’ambiente come uno che perde ingenti somme senza battere ciglio. Ugo contatta l’avvocato e subito dopo convince il vecchio amico Franco a giocare, perché soltanto lui è ricco e può controbattere i rilanci del misterioso avversario. Franco decide di giocare solo perché pensa di vincere facilmente e potrebbe impiegare i soldi per avviare la ristrutturazione del cinema di cui è proprietario. La partita comincia bene per Franco, poi l’avvocato si riprende e quello che sembrava uno sconfitto sicuro vince alla grande, offrendo pure la possibilità a Franco di andarsene e di lasciare il tavolo senza perdite. Franco non accetta e perde tutto, il cinema.
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21
Film
21 di Robert Luketic
“C’è ancora una cosa Ben, una cosa importante. Noi contiamo le carte, non giochiamo d’azzardo. Seguiamo una precisa serie di regole e applichiamo un sistema. Io la conosco la follia del tavolo da gioco e qualche volta le persone perdono il controllo, si abbandonano alle proprie emozioni. A te non deve succedere”.
Tratto dal film “21” di Robert Luketic.

Il Conte Tacchia
Montaggio Film
Il Conte Tacchia (1982) di Sergio Corbucci
Un filmetto che racconta in chiave grottesca ascesa e decadenza nell’aristocrazia romana dell’inizio del Novecento di Checco (Enrico Montesano), detto Conte Tacchia, perché ̶ figlio di falegname ̶ portava sempre con sé delle «tacchie», i cunei di legno che si usano per stabilizzare i mobili. Date le sue origini, i nobili stentano a riconoscerlo come uno di loro, ma lui li batte al gioco… e non certo per bravura. Si presenta ubriaco in un circolo-bisca e si siede al tavolo di Chemin. Chiede di quanto si gioca e gli dicono di «10», ma lui rialza a «100». Nella prima mano fa 8 e lui, pensando di giocare a sette e mezzo, ritiene di aver sballato; invece ha vinto e scopre che stava giocando 100.000 (e non 100) lire. Da quel momento si gasa e continua a rigiocarsi tutto inanellando una serie impressionante di 9, fino a mandare sul lastrico il padre della duchessina, la quale poi cercherà di sposarlo per riavere le cambiali. (da Il grande libro del blackjack e dei giochi da casinò, D. De Toffoli, M. Bonaldi, Sperling & Kupfer, 2011)
Il conte tacchia (1982) di Sergio Corbucci
con Enrico Montesano, Vittorio Gassman

Rain Man
Film
Rain Man (1988) di Barry Levinson
Charlie, un venditore di auto (Tom Cruise) privo di scrupoli, ha appena perso il padre, con cui aveva interrotto i rapporti da anni, il quale ha lasciato la maggior parte della sua fortuna al suo figlio maggiore. Quando l’identità del beneficiario dei tre milioni di dollari di lascito è rivelata, Charlie fa la conoscenza di suo fratello Raymond (Dustin Hoffman), autistico con doti fuori dal normale: una capacità innata di memorizzare i numeri e di eseguire calcoli veloci. Charlie decide di rapirlo per divenirne tutore e riappropriarsi dell’eredità. I due intraprendono dunque un viaggio verso Los Angeles. Passando per Las Vegas a Charlie scatta l’idea: il Casinò. Qui le qualità matematiche di Raymond si esprimono proprio al tavolo di blackjack, grazie al conteggio delle carte, mentre Charlie alza la puntata al momento giusto. Per Raymond contare le carte infatti è uno scherzo e Charlie potrà intascare la vincita e ripagare i suoi debiti. Ma il casinò non gradisce i contatori, la sicurezza si accorge che a quel tavolo c’è qualcosa che non va e gli dà la chance di incassare la somma e non farsi più vedere.
Nella scena del casinò assistiamo, nel bel mezzo dell’ultima giocata al blackjack, a Raymond che lascia il tavolo da gioco attratto dalla ruota della fortuna. Charlie lo segue per riportarlo al tavolo ma poi si convince di poter tentare anche lì…
– Ray, che stai facendo? Siamo nel mezzo di una mano! Non puoi piantare lì a metà una mano. Ray! Ray! Andiamo forte, alla grande. I fratelli Babbit insieme alla conquista di Las Vegas
– Sì, ruota della fortuna
– Guarda, ci sono Cleopatra e Cesare che stanno aspettando te. Andiamo Ray!
– Oggetti splenditi, meravigliosi regali
– Ancora una se va male, due se va bene
– Sì, venti
– Che vuoi dire, che uscirà venti?
– Sì, venti. Assolutamente, venti
– Allora…tremila dollari sul venti!
– Assolutamente, venti
– Assolutamente, venti?
Uscirà il numero uno.
– Non è il gioco per te Ray, hai visto che ho perso tremila dollari, tremila dollari andati in fumo così. Andiamo Ray, forza, un po’ di blackjack!
Rain Man, Drammatico, USA, 1988 Regia: Barry Levinson con Dustin Hoffman, Tom Cruise, Valeria Golino
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Rocco e i suoi fratelli
Film
Rocco e i suoi fratelli (1970) di Luchino Visconti
C’è anche una breve scena di gioco d’azzardo in questo celeberrimo film di Luchino Visconti, che racconta la storia della disgregazione di una famiglia di contadini della Basilicata trasferitasi a Milano negli anni del boom economico.
Nadia (Annie Girardot) è disperata per la separazione da Rocco (Alain Delon) e reagisce in modo autodistruttivo, tornando da Simone (Renato Salvadori), il tormentato fratello di Rocco che l’aveva stuprata. E lo incontra in un’elegante bisca, dove Simone, ormai travolto da una discesa irrefrenabile, perde i soldi suoi e della famiglia.
Nella scena Simone è seduto al tavolo di Chemin, perde, e per continuare a giocare offre al gestore del gioco il suo orologio in cambio di qualche fiche. (da “Il grande libro del blackjack e dei giochi da casinò”, D. De Toffoli, M. Bonaldi, Sperling & Kupfer, 2011)
Rocco e i suoi Fratelli (1970) di Luchino Visconti
Con Alain Delon, Renato Salvadori, Annie Girardot

Romanzo Criminale
Serie TV
Rocco e i suoi fratelli (1970) di Luchino Visconti
C’è anche una breve scena di gioco d’azzardo in questo celeberrimo film di Luchino Visconti, che racconta la storia della disgregazione di una famiglia di contadini della Basilicata trasferitasi a Milano negli anni del boom economico.
Nadia (Annie Girardot) è disperata per la separazione da Rocco (Alain Delon) e reagisce in modo autodistruttivo, tornando da Simone (Renato Salvadori), il tormentato fratello di Rocco che l’aveva stuprata. E lo incontra in un’elegante bisca, dove Simone, ormai travolto da una discesa irrefrenabile, perde i soldi suoi e della famiglia.
Nella scena Simone è seduto al tavolo di Chemin, perde, e per continuare a giocare offre al gestore del gioco il suo orologio in cambio di qualche fiche. (da “Il grande libro del blackjack e dei giochi da casinò”, D. De Toffoli, M. Bonaldi, Sperling & Kupfer, 2011)
Rocco e i suoi Fratelli (1970) di Luchino Visconti
Con Alain Delon, Renato Salvadori, Annie Girardot
Arte, Musica, Scrittura

Gioco all’alba
Arthur Schnitzler
Gioco all’alba di Arthur Schnitzler
Il protagonista del racconto è un giovane ufficiale che non ha certo le caratteristiche del giocatore incallito. Si trova a giocare per un’unica volta e lo fa per trovare i soldi da prestare al suo amico, anche lui ufficiale, che altrimenti si sarebbe trovato disonoratolo. Il gioco quindi diviene un modo per trovare in breve tempo il denaro per di cui l’amico ha urgente bisogno. Però, una volta seduto al tavolo da gioco viene preso in un vortice dove vince, perde, rivince, riperde. In più occasioni si ritrova ad avere una cifra che gli consentirebbe di aiutare l’amico e di permettersi lui stesso degli agi, ma non sa fermarsi, nonostante si sia detto più volte che avrebbe dovuto avere prudenza. Solo in un’occasione sembra sul punto di fermarsi ma il caso lo spinge di nuovo al tavolo di gioco. Tutto in una sola notte che avrà per lui conseguenze nefaste.
“Adagino, adagino” rispose Wimmer. “Il console se ne sta seduto come un drago sui suoi soldi, e purtroppo, ormai anche sui miei.
“Io ho un invito” disse Willi, “rimarrò soltanto un quarto d’ora a sbirciare le carte”.
Entrarono nel caffè. Willi giurò a se stesso che al più tardi entro mezz’ora sarebbe stato di nuovo seduto nel giardino dei Kessner. Aveva spinto parecchio indietro la sua seggiola, mostrando chiaramente di non aver affatto l’intenzione di prendere parte al gioco.
Il console stava spillando, con la sua meticolosità caratteristica, una carta distribuita dal dottor Flegmann, che teneva il banco. Vinse, e il dottor Flegmann estrasse dal portafogli delle banconote nuove.
“Non batte ciglio” osservò Wimmer con ironica ammirazione.
“Battendo ciglio non si combinano i fatti” ribatté freddamente Flegmann con gli occhi socchiusi. Il medico militare Tugut, caporeparto dell’ospedale della guarnigione di Baden, chiamò un banco di duecento fiorini.
Oggi non è roba davvero per me, pensò Willi, e spinse ancora più in dietro la seggiola.
L’attore Elrief un giovane di buona famiglia lasciò che Willi gli guardasse le carte. Puntava piccole somme e, quando perdeva, scoteva il capo con aria perplessa. Tugut in breve aveva già raddoppiato il suo banco. Il segretario Weiss chiese un prestito a Elrief, e il dottor Flegmann estrasse dal portafogli dell’altro denaro. Tugut stava per passere la mano, quando il console, senza rifare i conti, disse: “Banco”. Perse, e cavandosi rapido il denaro dal taschino pareggiò il debito, che ammontava a trecento fiorini. “Ancora banco” disse. Il medico rinunciò, il dottor Flegmann rilevò il banco e distribuì le carte. Willi non ne prese; solo per divertimento, pressato dalle insistenze di Elrief, e “tanto per portagli fortuna” puntò sulla sua carta un fiorino – e vinse. Al giro successivo il dottor Flegmann gettò anche a lui una carta, ed egli non la respinse. Vinse di nuovo, perse, vinse, perse, si spostò con la seggiola più vicino al tavolo in mezzo agli altri, che prontamente gli fecero posto; e vinse – perse – vinse – perse, come la sorte non sapesse ben decidersi. Il segretario dovette recarsi al teatro e dimenticò di restituire al signor Elries il prestito avuto, benché nel frattempo avesse guadagnato più del necessario. Willi era un po’ in vincita, ma per arrivare a mille fiorini ne mancavano ancora circa novecentocinquanta.
A questo punto il console rilevò a sua volta il banco, e dal quel momento tutti sentirono che le cose finalmente si facevano serie.
Del console Schnabel non si sapeva granché. Era stato il signor Weiss a introdurlo nel gruppo degli ufficiali.
Il console perse. Nessuno si oppose a che egli, contrariamente all’usanza normale, chiamasse subito un nuovo banco e, dopo aver perduto ancora, un terzo. Gli altri vincevano, soprattutto Willi, che ripose nella sua tasca il capitaletto iniziale, centoventi fiorini, ripromettendosi di non toccarli per nessun motivo, Chiamò banco egli stesso; poco dopo, raddoppiata la vincita, rinunciò e, salvo brevi interruzioni, la fortuna continuò ad assisterlo, anche contro i successivi tenitori di banco, che si avvicendarono a ritmo veloce. L’importo di mille fiorini che – per conto d’un altro – si era proposto di vincere, era già superato di qualche centinaio; e quando, poco dopo, il signor Elriel si alzò per recarsi a teatro, a causa di una parte doveva sostenere e della quale, nonostante l’ironico interessamento di Greising, non volle lasciar trapelare nulla, Willi ne approfittò per unirsi a lui. Gli altri si erano immediatamente rituffati nel gioco; e quando Willi si guardò per l’ultima volta dalla soglia, vide che solo l’occhio del console, staccandosi freddo e rapido dalle carte, lo aveva seguito.
Dopo essere stato in un altro luogo Willi decide di tornare di nuovo al bar per giocare.
I giocatori erano sempre lì seduti, formando lo stesso gruppo di prima, quasi non fosse passato neanche un minuto da quando Willi li aveva lasciati. Nessuno mostrò la minima meraviglia allorché Willi spinse di nuovo tra le altre la sua seggiola, che era rimasta vuota; Il dottor Flegmann, che teneva il banco in quel momento, diede una carta anche a lui, come se niente fosse. Nella fretta Willi puntò una banconota più grossa di quanto si era proposto, vinse, e continuò con maggior prudenza; poi la fortuna girò, e venne presto un momento in cui il bigliettone da mille parve in serio pericolo. Che importa pensò Willi, tanta a me non sarebbe rimasto nulla ma invece rincominciò a vincere, non ebbe bisogno di cambiare la banconota, la fortuna gli si mantenne fedele, e alle nove, quando smisero di giocare si trovava in possesso di più di duemila fiorini. Mille per Bogner, pensò, e mille per me.
Andarono a cena al ristorante Stadt Wien, sedettero nel giardino sotto una frondosa quercia e palarono di giochi d’azzardo in genere e di partite divenute famose al Jockey club per le enormi somme vinte o perdute. “È e rimarrà un vizio” dichiarò il dottore Flegmann serio serio. Tutti risero, solo il tenente Wimmer sembrò voler prendere in malaparte l’affermazione. Quello che poteva essere un vizio per gli avvocati – osservò – era ben lungi dall’esserlo per gli ufficiali. Il dottor Flegmann spiegò cortesemente che era possibile praticare un vizio ed essere nondimeno uomini d’onore; Gli esempi non mancavano. Il console espresse l’avviso che il gioco fosse un vizio solo per chi non si trovava in condizione di pagare i debiti; in tal caso, anzi non era più un vizio, bensì una truffa, e anche delle specie più vili.
Willi guardò l’orologio: “Oh, purtroppo devo accomiatarmi. L’ultimo treno parte alle dieci e venti”. “Finisca pure il vino,” disse il console “la carrozza la porterà alla stazione”. “oh signor console non posso assolutamente…”.
“Ma sì che puoi” lo interruppe il tenente Wimmer.
Willi svuotò il bicchiere e si alzò “a domenica prossima”…si può benissimo non perdere se si usa prudenza, pensò Willi.
Willi si dirige verso la stazione ma arrivato lì vede il treno che ormai era già partito senza di lui e torna di nuovo al caffè Schopf.
Prudenza, Willi, prudenza, andava dicendo a se stesso, e fece il serissimo proponimento di non rischiare l’intera somma che aveva vinto: al massimo la metà. Per di più, decise di attenersi al sistema Flegmann: cominciare con una piccola puntata, non aumentarla se non dopo aver vinto, e poi non mettere mai tutto in gioco, ma soltanto tre quarti dell’intero ammontare – e così via.
Il Gruppo dei giocatori era riunito al completo.
Egli (Il console) non alzò gli occhi quando Willi si avvicinò al tavolo, ma il sottotenente intuì che l’altro s’era subito accorto del suo arrivo.
“perso il treno, eh? Commentò Greising. “Per mezzo minuto” rispose Willi. “Eh già per forza” disse Wimmer, mentre distribuiva le carte.
Willi non disse una parola. Vinse, perse, bevve un bicchiere di cognac, vinse, perse, si accese un’altra sigaretta, vinse, perse.
Il console guardò l’orologio e disse: Alle due e mezzo si chiude, senza remissione”. Erano le due e cinque.
Il console chiamò un banco quale mai si era visto in quelle partite, un banco di tremila fiorini. All’infuori del gruppo dei giocatori e di un cameriere, nel caffè non c’era più nessuno. Il console perse, ma per il momento non rinunciò al banco. Elrief, che si era completamente rifatto, ubbidendo a un’occhiata ammonitrice della signorina Rihoschek si astenne dal gioco. Gli altri, tutti moderatamente in vincita proseguirono con moderata cautela. La posta era ancora per metà intatta.
“Banco” disse Willi a un tratto, e si spaventò della parola detta e persino della propria voce. Sono ammattito? Pensò. Il console scoprì un nove, gioco fortissimo, e Willi si trovò con millecinquecento fiorini in meno. Ricordandosi del sistema Flegmman, puntò una somma ridicolmente bassa, cinquanta fiorini, e vinse. Che stupido, pensò, avrei potuto riprendermi tutto in un sol colpo! Perché sono stato così vigliacco? “Ancora banco”. Perse. “Un’altra volta banco”. Il console parve esitare. “Cosa ti prende, Kasda?” esclamò il medico militare. Willi rise, e sentì come una vertigine salirgli alla fronte. Era forse il cognac che gli andava alla testa? Sì, evidentemente. Certo s’era sbagliato, neppure per sogno aveva inteso puntare mille o duemila in una volta sola. “Perdoni, signor console, veramente credevo…”. Il console non lo lasciò finire e disse in tono cortese: “Se non sapeva l’ammontare attuale del banco, prendo atto della sua rinuncia”. “Scusi, perché rinuncia signor console?” replicò Willi. “Banco significa banco”. Era davvero lui che parlava? Erano sue parole? Era la sua voce? Se perdeva, tutto andava in fumo: la nuova divisa, la nuova dragona, le cenette in piacevole compagnia femminile; non gli avanzavano più che i mille fiorini per il truffatore, per Bogner – e lui restava il poveraccio che era due ore prima.
Senza far motto, il console scoprì la sua carta. Nove. Nessuno pronunciò il numero, e tuttavia parve udirne l’eco spettrale nella sala. Willi si sentì la fronte stranamente umidiccia. Diavolo, che ritmo sfrenato! Comunque aveva davanti ancora mille fiorini, anzi qualcosa di più. Temendo gli portasse sfortuna, non volle contarli. Ad ogni modo era ben più ricco di quando, a mezzogiorno, era sceso dal treno. A mezzogiorno di oggi… E del resto, niente lo obbligava a giocare i mille fiorini tutti in una volta! Si poteva ricominciare anche con cento o con duecento. Sistema Flegmann. Solo che, purtroppo, restava pochissimo tempo, sì e no venti minuti. Tutto era silenzio intorno a lui. “Tenente” proferì il console in tono interrogativo. “Ah sì” fece Willi ridendo, e piegò in due il biglietto da mille. “La metà signor console” disse “Cinquecento?”.
Willi annuì. Puntarono tutti gli altri, per la forma. Ma tutt’in giro regnava già un’aria di partenza. Il tenente Wimmer stava in piedi, col cappotto sulle spalle. Tugut si teneva appoggiato al bordo del biliardo. Il console scoprì la sua carta, “Otto”, e il bigliettone da mille era svanito per metà. Scosse la testa, come se vedeste qualcosa di anormale. “Il resto” disse, e rifletté: sono ben calmo, però. Spillò lentamente. Otto. Il console dovette chiedere un’altra carta. Nove. Ed ecco andati i cinquecento, ecco andati i mille. Tutto andato…Tutto? No, aveva ancora i suoi centoventi fiorini, quelli con cui era arrivato a mezzogiorno, e qualcosa in più. Che buffo, a quel punto era davvero un poveraccio come prima. Già, adesso purtroppo doveva smettere, perché non era proprio il caso di rischiare quei pochi fiorini…smettere, nonostante ci fosse ancora un quarto d’ora di tempo. Che disdetta. In un quarto d’ora si potevano vincere cinque mila fiorini con la stessa facilità con cui si erano perduti. “Allora, tenente?” chiese il console. “Mi dispiace molto” rispose Willi con voce acuta, stridula indicando le poche, povere banconote che gli giacevano dinanzi. Curioso a dirsi, aveva gli occhi ridenti, e come per scherzo puntò dieci fiorini su una carta. Vinse. Ne puntò venti e vinse ancora. Cinquanta – e vinse. Il sangue gli salì alla testa, avrebbe pianto di rabbia. Adesso era tornata la fortuna – ma era troppo tardi. E con subitanea, audace decisione si voltò verso l’attore, che era in piedi dietro a lui insieme alla signorina Rihoschek: “Signor von Elrief, vorrebbe usarmi per cortesia di prestarmi duecento fiorini?”.
“Sono dolentissimo,” rispose gentilmente Elrief stringendosi nelle spalle “ha visto lei stesso, tenente che ho perduto tutto fino all’ultimo centesimo”. Era una bugia, e tutti lo sapevano. Eppure a quanto sembrava, tutti trovavamo perfettamente normale che l’attore Elrief mentisse al signor tenente. Con aria noncurante il console spinse allora alcune banconote verso di lui, apparentemente senza contarle. “Prego, si serva” disse. Il medico militare Tugut tossicchiò in modo udibile. Wimmer ammonì: “Al tuo posto ora smetterei, Kasda”. “Non voglio influenzarla per nulla, tenente” disse Schnabel, premendo ancora lievemente la mano allargata sulle banconote. Willi le afferrò in fretta, facendo poi atto di contarle. “Sono millecinquecento,” disse il console “può starne certo, tenente. Desidera una carta?”. Cos’altro sennò?” rise Willi. “E la sua posta, tenente”. “Beh, non tutto,” esclamò Willi allegro “i poveretti han da fare economia, mille per cominciare”. Spillò, e altrettanto fece il console, con la solita, esagerata lentezza. Willi dovette chiedere un’altra carta, tirò un tre di picche in aggiunta a un quattro di quadri. Il console scoprì: anche lui aveva sette. “Io smetterei” ripeté il tenente Wimmer, e stavolta il monito suonò quasi come un ordine. “Sì,” aggiunse il medico “visto che più o meno hai pareggiato”. Pareggiato! pensò Willi. Lo chiama pareggiare, lui. Un quarto d’ora fa ero un giovane ben fornito; adesso non ho più un soldo, e questo lo chiamano “pareggiare”! Devo informali della faccenda di Bogner? Forse allora capiranno.
Nuove carte gli stavano innanzi. Sette. No, non ne avrebbe chieste altre. Ma neanche il console chiese, si limitò a scoprire il suo otto. Mille perduti, sentì ronzare Willi nel suo cervello. Ma tanto li riguadagno. E sennò fa lo stesso. Mille o duemila, non posso restituirli ugualmente. Ormai è tutt’uno. Ho ancora dieci minuti di tempo. Posso anche rifarmi dei quattro o cinque mila di prima. “Allora tenente?” fece il console. L’eco delle sue parole risuonò cupa nella sala; poiché tutti gli altri tacevano; tacevano udibilmente. Nessuno gli diceva più: “Al tuo posto smetterei”? No, pensò Willi, non osano. Sanno che se smettessi ora sarebbe una pazzia. Ma quanto doveva puntare…? Ormai davanti a sé non aveva che poche centinaia di fiorini. Ad un tratto furono di più. Il console aveva spinto verso di lui altre due banconote da mille. “Si serva, tenente”. E in effetti si servì, ne puntò millecinquecento e vinse. Ora poteva pagare il suo debito e gli restava ancora qualcosa. Sentì una mano posarglisi sulla spalla. “Kasda,” disse dietro di lui il tenente Wimmer “non continuare”. Il tono era reciso, quasi severo. Non sono mica in servizio, pensò Willi, perciò dei miei soldi e della mia vita posso far quel che voglio. E puntò, moderatamente puntò mille fiorini, e scoprì il suo gioco. Otto. Schnabel Stava ancora spillando, adagio, come se disponessero di un tempo infinito. Ma sì, c’era ancora del tempo, nessuno li Recentemente…Bei tempi lontani. Perché poi se ne stavano tutti lì attorno? Come in un sogno. Ah, erano tutti più eccitati di lui; il console scoprì le sue carte. Una regina. Ah, la signorina Rihoschek, e un nove di picche. Dannate picche, gli portavano sempre fortuna. E i mille fiorini emigravano verso il console. Ma non faceva nulla, aveva ancora qualcosa. Oppure era già in completa rovina? Oh, nemmeno per idea…Si vide davanti qualche biglietto da mille. Grandioso, il console. Si capisce, era sicuro che li avrebbe riavuti. Un ufficiale doveva sempre pagare i debiti di gioco. Un signor Elrief. Comunque andasse, rimaneva un signor Elrief, ma un ufficiale, purché si chiamasse Bogner… “Duemila, signor console” Non chiese un’altra carta, aveva un sette. Il console invece dovette chiederne. E stavolta non spillò neppure, tanta fretta aveva, e accanto al suo asso apparve un otto – un otto di picche –, faceva nove, nessun dubbio. Sarebbe bastato anche un otto. E altri duemila emigrarono dal console, e subito tornarono indietro. O erano di più? Tre, quattromila? Meglio non accertarsene, portava male. Oh, il console non lo avrebbe ingannato, e per di più erano tutti lì in piedi a guardare. E poiché ad ogni modo non sapeva più di preciso a quanto ammontasse il suo debito, puntò di nuovo duemila. Quattro di picche. Già, bisognava chiedere ancora. Un sei; sei di picche. Stavolta ce n’era uno di troppo. Il console andava sul sicuro, e non aveva tirato che un tre… E i duemila emigrarono di nuovo – e subito tornarono di nuovo indietro. C’era proprio da ridere. Avanti ed indietro. Indietro e avanti. Toh, eccoli ancora i rintocchi del campanile…la mezz’ora. Ma evidentemente nessuno aveva udito, Tranquillo, il console distribuì le carte.
E lì davanti c’erano ancora carte. Puntò – quanto, di preciso non lo sapeva. Un pugno di banconote. Era un modo di misurarsi col destino. Otto. Stavolta doveva cambiare.
Non cambiò. Il console scoprì un nove, gettò uno sguardo circolare sull’assemblea, poi spinse la carte da un lato. Willi sbarrò gli occhi: “E allora, signor console?” Ma questi alzò un dito verso l’esterno: “Sono suonate le due e mezzo tenente”. “Come?” gridò Willi fingendosi meravigliato. “Ma non potremmo concederci un ultimo quarto d’ora…?”. Si guardò in giro, come a cercare appoggio. Tutti tacevano. Il segretario commentò rozzamente, come si trattasse di un’inezia: “Eh, stasera il signor tenente è stato proprio scalognato”.
Poi il console si rivolse a Willi, ch’era rimasto a sedere…“Il suo debito, tenente” soggiunse il console con amabilità “ ammonta esattamente a undicimila fiorini”. Willi stava sempre a sedere, si sentiva le gambe pesanti come il piombo. Undicimila fiorini, mica male. Più o meno il suo stipendio di tre o quattro anni, comprese le indennità.

Antologia di Spoon River
Edgar Lee Master
Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master
“Asso” Shaw
I never saw any difference
Between playing cards for money
and selling real estate,
Practicing law, banking, or anything else.
For everything is chance.
Nevertheless
Seest thou a man diligent in business?
He shall stand before Kings!
“Asso” Shaw
Non vidi mai differenza
tra il giocare a carte per denaro
e il vendere beni immobili
Fare l’avvocato, il banchiere o qualunque altra cosa.
Poiché tutto è legato al caso.
Cionondimeno
Tu l’hai visto un uomo abile nel suo lavoro?
Quello comparirà al cospetto dei Re! 1
1 L’autore nelle ultime due righe cita il versetto 29 del capitolo 22 del Libro dei Proverbi

Novelle Esemplari
Miguel de Cervantes
Novelle Esemplari di Miguel de Cervantes
“ tomè de mis albahajas Las que pude y
Las que me parecieron màs necesarias,
y entre ellas saquè estos naipes
Y a este tiempo descubriò los que se han dicho
Que en el cuello traia-
Con los cuales he ganado mi vida por los mesones
Y ventas que hay desde Madrid aqui,
jugando a la veintiuna y, aunque vuesa merced
los vee tan astrosos y maltratados,
usan de una maravillosa virtud con quien los entiende,
que no alzarà que no quede us as debajo.
Y si vuesa merced es versado en este juego,
verà cuànta ventaja lleva el que sabe
que tiene cierto un as a la primera carta,
que le puede servir de un punto y de once;
que con esta ventaja, siendo la veintiuna envidada,
el dinero se quada en casa.”
«Riconete e Cortadillo» (Novelle esemplari, 1613), Einaudi Torino 2002
Miguel de Cervantes
“Presi dei miei tesori quel che potei e quello che mi sembrava più necessario, e scelsi fra l’altro queste carte (e al momento tirò fuori quelle di cui abbiamo parlato, che portava nel colletto)
Con le quali mi sono guadagnato da vivere nelle osterie e nelle locande che ci sono a Madrid a qui giocando a ventuno;
quantunque a vossignoria paiano sudicie e malridotte, posseggono invero una virtù meravigliosa per chi le conosce ed è che quando si alzano si trova sempre sotto un asso. Se vossignoria è pratico di questo gioco capirà il vantaggio di colui che sa che avrà con certezza un asso come prima carta, che vale mezzo punto oppure undici; con questo vantaggio essendo il punteggio di ventuno il denaro non si muove mai e resta sempre in casa».
(Traduzione di Paola Gorla)

Confessioni di una giocatrice d’azzardo
Rayda Jacobs
Confessioni di una giocatrice d’azzardo di Rayda Jacobs
“Abeeda è una malese musulmana del Sudafrica. Vive tra malesi non poveri e già i matrimoni con gli indiani sono malvisti dalle due comunità. Tutto è diverso, ma sotto il velo questa donna ha le stesse emozioni, sentimenti, passioni delle altre donne. La famiglia, gli amori, i vizi. La religione permei ogni momento della vita della protagonista…. E ogni pagina del libro. Dio è tirato in ballo in ogni momento, anche quando peccano e sanno di peccare e non riescono a farne a meno… E pure se la ridono dei cristiani che se peccano poi se la cavano con 10 ave marie! …
…E il cedere via via alle slot machine è descritto con grande maestria. E la scelta della macchinetta e gli avvoltoi che aspettano che la tua macchinetta ti abbia divorato tutto per andarsi a prendere i tuoi soldi.
E il non voler andare al casinò, ma ritrovarsi regolarmente li.
E la vincita della prima volta, che porta dritto dritto al vizio.
E l’essere abbagliati dalle lucette.
Dunque il gioco di cui veramente parla questo libro sono le slot machine: ne accenniamo qui perché mette davvero bene in luce molti aspetti del cedere alla dipendenza dall’azzardo.
Un po’ troppo facile il finale, col sospiro di sollievo di rito…”

Il fu Mattia Pascal
Luigi Pirandello
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello
Luigi Pirandello nel suo Mattia Pascal, si sofferma ampiamente sul tema del gioco d’azzardo rendendocene un quadro coinvolgente ed esaustivo delle sue implicazioni psicologiche, con anche un’accurata descrizione di ambienti e personaggi.
Il suo Mattia mentre si trova in Francia viene attratto da un libricino intitolato “Méthode pour gagner à la roulette”, che illustrava i metodi per vincere alla roulette. Pur consapevole che non ci sia un metodo unico e infallibile per vincere sempre e comunque, Mattia decide di comprarlo e con la speranza di arricchirsi decide di partire per Montecarlo dove frequenterà per parecchi giorni di seguito il casinò.
Di seguito vi proponiamo i passaggi di questo romanzo nei quali appunto il gioco d’azzardo, e nello specifico la Roulette “gioca” un ruolo da protagonista.
“Ve n’erano esposte d’ogni dimensione, con altri attrezzi del giuoco e varii opuscoli che avevano sulla copertina il disegno della roulette. Si sa che gl’infelici facilmente diventano superstiziosi, per quanto poi deridano l’altrui credulità e le speranze che a loro stessi la superstizione certe volte fa d’improvviso concepire e che non vengono mai a effetto, s’intende. Ricordo che io, dopo aver letto il titolo d’uno di quegli opuscoli: Méthode pour gagner à la roulette, mi allontanai dalla bottega con un sorriso sdegnoso e di commiserazione. Ma, fatti pochi passi, tornai indietro, e (per curiosità, via, non per altro!) con quello stesso sorriso sdegnoso e di commiserazione su le labbra, entrai nella bottega e comprai quell’opuscolo. Non sapevo affatto di che si trattasse, in che consistesse il giuoco e come fosse congegnato. Mi misi a leggere; ma ne compresi ben poco. «Forse dipende,» pensai, «perché non ne so molto, io, di francese.» Nessuno me l’aveva insegnato; avevo imparato da me qualche cosa, così, leggiucchiando nella biblioteca; non ero poi per nulla sicuro della pronunzia e temevo di far ridere, parlando. Questo timore appunto mi rese dapprima perplesso se andare o no; ma poi pensai che m’ero partito per avventurarmi fino in America, sprovvisto di tutto e senza conoscere neppur di vista l’inglese e lo spagnuolo; dunque via, con quel po’ di francese di cui potevo disporre e con la guida di quell’opuscolo, fino a Montecarlo, lì a due passi, avrei potuto bene avventurarmi. «Né mia suocera né mia moglie,» dicevo fra me, in treno, «sanno di questo po’ di denaro, che mi resta in portafogli. Andrò a buttarlo lì, per togliermi ogni tentazione. Spero che potrò conservare tanto da pagarmi il ritorno a casa. E se no…» Avevo sentito dire che non difettavano alberi – solidi – nel giardino attorno alla bisca. In fin de’ conti, magari mi sarei appeso economicamente a qualcuno di essi, con la cintola dei calzoni, e ci avrei fatto anche una bella figura. Avrebbero detto: «Chi sa quanto avrà perduto questo povero uomo!» Mi aspettavo di meglio, dico la verità. L’ingresso, sì, non c’è male; si vede che hanno avuto quasi l’intenzione d’innalzare un tempio alla Fortuna, con quelle otto colonne di marmo. Un portone e due porte laterali. Su queste era scritto Tirez: e fin qui ci arrivavo; arrivai anche al Poussez del portone, che evidentemente voleva dire il contrario; spinsi ed entrai. Pessimo gusto! E fa dispetto. Potrebbero almeno offrire a tutti coloro che vanno a lasciar lì tanto denaro la soddisfazione di vedersi scorticati in un luogo men sontuoso e più bello. Tutte le grandi città si compiacciono adesso di avere un bel mattatoio per le povere bestie, le quali pure, prive come sono d’ogni educazione, non possono goderne. È vero tuttavia che la maggior parte della gente che va lì ha ben altra voglia che quella di badare al gusto della decorazione di quelle cinque sale, come coloro che seggono su quei divani, giro giro, non sono spesso in condizione di accorgersi della dubbia eleganza dell’imbottitura. Vi seggono, di solito, certi disgraziati, cui la passione del giuoco ha sconvolto il cervello nel modo più singolare: stanno lì a studiare il così detto equilibrio delle probabilità, e meditano seriamente i colpi da tentare, tutta un’architettura di giuoco, consultando appunti su le vicende de’ numeri: vogliono insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre; e son sicurissimi che, oggi o domani, vi riusciranno. Ma non bisogna meravigliarsi di nulla. – Ah, il 12! il 12! – mi diceva un signore di Lugano, pezzo d’omone, la cui vista avrebbe suggerito le più consolanti riflessioni su le resistenti energie della razza umana. – Il 12 è il re dei numeri; ed è il mio numero! Non mi tradisce mai! Si diverte, sì, a farmi dispetti, magari spesso; ma poi, alla fine, mi compensa, mi compensa sempre della mia fedeltà. Era innamorato del numero 12, quell’omone lì, e non sapeva più parlare d’altro. Mi raccontò che il giorno precedente quel suo numero non aveva voluto sortire neppure una volta; ma lui non s’era dato per vinto: volta per volta, ostinato, la sua posta sul 12; era rimasto su la breccia fino all’ultimo, fino all’ora in cui i croupiers annunziano: – Messieurs, aux trois dernier! Ebbene, al primo di quei tre ultimi colpi, niente; niente neanche al secondo; al terzo e ultimo, pàffete: il 12. – M’ha parlato! – concluse, con gli occhi brillanti di gioia – M’ha parlato! È vero che, avendo perduto tutta la giornata, non gli eran restati per quell’ultima posta che pochi scudi; dimodoché, alla fine, non aveva potuto rifarsi di nulla. Ma che gl’importava? Il numero 12 gli aveva parlato! Sentendo questo discorso, mi vennero a mente quattro versi del povero Pinzone, il cui cartolare de’ bisticci col seguito delle sue rime balzane, rinvenuto durante lo sgombero di casa, sta ora in biblioteca; e volli recitarli a quel signore: Ero già stanco di stare alla bada della Fortuna. La dea capricciosa dovea pure passar per la mia strada. E passò finalmente. Ma tignosa. E quel signore allora si prese la testa con tutt’e due le mani e contrasse dolorosamente, a lungo, tutta la faccia. Lo guardai, prima sorpreso, poi costernato. – Che ha? – Niente. Rido, – mi rispose. Rideva così! Gli faceva tanto male, tanto male la testa, che non poteva soffrire lo scotimento del riso. Andate a innamorarvi del numero 12! Prima di tentare la sorte – benché senz’alcuna illusione – volli stare un pezzo a osservare, per rendermi conto del modo con cui procedeva il giuoco. Non mi parve affatto complicato, come il mio opuscolo m’aveva lasciato immaginare. In mezzo al tavoliere, sul tappeto verde numerato, era incassata la roulette. Tutt’intorno, i giocatori, uomini e donne, vecchi e giovani, d’ogni paese e d’ogni condizione, parte seduti, parte in piedi, s’affrettavano nervosamente a disporre mucchi e mucchietti di luigi e di scudi e biglietti di banca, sui numeri gialli dei quadrati; quelli che non riuscivano ad accostarsi, o non volevano, dicevano al croupier i numeri e i colori su cui intendevano di giocare, e il croupier, subito, col rastrello disponeva le loro poste secondo l’indicazione, con meravigliosa destrezza; si faceva silenzio, un silenzio strano, angoscioso, quasi vibrante di frenate violenze, rotto di tratto in tratto dalla voce monotona sonnolenta dei croupiers: – Messieurs, faites vos jeux Mentre di là, presso altri tavolieri, altre voci ugualmente monotone dicevano: Le jeu est fait! Rien ne va plus! Alla fine, il croupier lanciava la pallottoLa sulla roulette – Tac tac tac… E tutti gli occhi si volgevano a lei con varia espressione: d’ansia, di sfida, d’angoscia, di terrore. Qualcuno fra quelli rimasti in piedi, dietro coloro che avevano avuto la fortuna di trovare una seggiola, si sospingeva per intravedere ancora la propria posta, prima che i rastrelli dei croupiers si allungassero ad arraffarla. La boule, alla fine, cadeva sul quadrante, e il croupier ripeteva con la solita voce la formula d’uso e annunziava il numero sortito e il colore. Arrischiai la prima posta di pochi scudi sul tavoliere di sinistra nella prima sala, così, a casaccio, sul venticinque; e stetti anch’io a guardare la perfida pallottola, ma sorridendo, per una specie di vellicazione interna, curiosa, al ventre. Cade la boule sul quadrante, e: – Vingtcinq! – annunzia il croupier. – Rouge, impair et passe! Avevo vinto! Allungavo la mano sul mio mucchietto multiplicato, quanto un signore, altissimo di statura, da le spalle poderose troppo in sù, che reggevano una piccola testa con gli occhiali d’oro sul naso rincagnato, la fronte sfuggente, i capelli lunghi e lisci su la nuca, tra biondi e grigi, come il pizzo e i baffi, me la scostò senza tante cerimonie e si prese lui il mio denaro. Nel mio povero e timidissimo francese, volli fargli notare che aveva sbagliato – oh, certo involontariamente! Era un tedesco, e parlava il francese peggio di me, ma con un coraggio da leone: mi si scagliò addosso, sostenendo che lo sbaglio invece era mio, e che il denaro era suo. Mi guardai attorno, stupito: nessuno fiatava, neppure il mio vicino che pur mi aveva veduto posare quei pochi scudi sul venticinque. Guardai i croupiers: immobili, impassibili, come statue. «Ah sì?» dissi tra me e, quietamente, mi tirai su la mano gli altri scudi che avevo posato sul tavolino innanzi a me, e me la filai. «Ecco un metodo, pour gagner à la roulette,» pensai, «che non è contemplato nel mio opuscolo. E chi sa che non sia l’unico, in fondo!» Ma la fortuna, non so per quali suoi fini segreti, volle darmi una solenne e memorabile smentita. Appressatomi a un altro tavoliere, dove si giocava forte, stetti prima un buon pezzo a squadrar la gente che vi stava attorno: erano per la maggior parte signori in marsina; c’eran parecchie signore; più d’una mi parve equivoca; la vista d’un certo ometto biondo biondo, dagli occhi grossi, ceruli, venati di sangue e contornati da lunghe ciglia quasi bianche, non m’affidò molto, in prima; era in marsina anche lui, ma si vedeva che non era solito di portarla: volli vederlo alla prova: puntò forte: perdette; non si scompose: ripuntò anche forte, al colpo seguente: via! non sarebbe andato appresso ai miei quattrinucci. Benché, di prima colta, avessi avuto quella scottatura, mi vergognai del mio sospetto. C’era tanta gente là che buttava a manate oro e argento, come fossero rena, senza alcun timore, e dovevo temere io per la mia miseriola? Notai, fra gli altri, un giovinetto, pallido come di cera, con un grosso monocolo all’occhio sinistro il quale affettava un’aria di sonnolenta indifferenza; sedeva scompostamente; tirava fuori dalla tasca dei calzoni i suoi luigi; li posava a casaccio su un numero qualunque e, senza guardare, pinzandosi i peli dei baffetti nascenti aspettava che la boule cadesse; domandava allora al suo vicino se aveva perduto. Lo vidi perdere sempre. Quel suo vicino era un signore magro, elegantissimo, su i quarant’anni; ma aveva il collo troppo lungo e gracile, ed era quasi senza mento, con un pajo d’occhietti neri, vivaci, e bei capelli corvini, abbondanti, rialzati sul capo. Godeva, evidentemente, nel risponder di sì al giovinetto. Egli, qualche volta, vinceva. Mi posi accanto a un grosso signore, dalla carnagione così bruna, che le occhiaje e le palpebre gli apparivano come affumicate; aveva i capelli grigi, ferruginei, e il pizzo ancor quasi tutto nero e ricciuto; spirava forza e salute; eppure, come se la corsa della pallottola d’avorio gli promovesse l’asma, egli si metteva ogni volta ad arrangolare, forte, irresistibilmente. La gente si voltava a guardarlo; ma raramente egli se n’accorgeva: smetteva allora per un istante, si guardava attorno, con un sorriso nervoso, e tornava ad arrangolare, non potendo farne a meno, finché la boule non cadeva sul quadrante. A poco a poco, guardando, la febbre del giuoco prese anche me. I primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in uno stato d’ebbrezza estrosa curiosissima: agivo quasi automaticamente, per improvvise, incoscienti ispirazioni; puntavo, ogni volta, dopo gli altri, all’ultimo, là! e subito acquistavo la coscienza, la certezza che avrei vinto; e vincevo. Puntavo dapprima poco; poi, man mano, di più, di più, senza contare. Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in me, né s’intorbidava per qualche colpo fallito, perché mi pareva d’averlo quasi preveduto; anzi, qualche volta, dicevo tra me: «Ecco, questo lo perderò; debbo perderlo». Ero come elettrizzato. A un certo punto, ebbi l’ispirazione di arrischiar tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto in sudore, e gelato. Mi parve che uno dei croupiers come sorpreso di quella mia tenace fortuna, mi osservasse. Nell’esagitazione in cui mi trovavo, sentii nello sguardo di quell’uomo come una sfida, e arrischiai tutto di nuovo, quel che avevo di mio e quel che avevo vinto, senza pensarci due volte: la mano mi andò su lo stesso numero di prima, il 35; fui per ritrarla; ma no, lì, lì di nuovo, come se qualcuno me l’avesse comandato. Chiusi gli occhi, dovevo essere pallidissimo. Si fece un gran silenzio, e mi parve che si facesse per me solo, come se tutti fossero sospesi nell’ansia mia terribile. La boule girò, girò un’eternità, con una lentezza che esasperava di punto in punto l’insostenibile tortura. Alfine cadde. M’aspettavo che il croupier, con la solita voce (mi parve lontanissima), dovesse annunziare: – Trentecinq, noir, impair et passe! Presi il denaro e dovetti allontanarmi, come un ubriaco. Caddi a sedere sul divano, sfinito; appoggiai il capo alla spalliera, per un bisogno improvviso, irresistibile, di dormire, di ristorarmi con un po’ di sonno. E già quasi vi cedevo, quando mi sentii addosso un peso, un peso materiale, che subito mi fece riscuotere. Quanto avevo vinto? Aprii gli occhi, ma dovetti richiuderli immediatamente: mi girava la testa. Il caldo, là dentro, era soffocante. Come! Era già sera? Avevo intraveduto i lumi accesi. E quanto tempo avevo dunque giocato? Mi alzai pian piano; uscii. Fuori, nell’atrio, era ancora giorno. La freschezza dell’aria mi rinfrancò. Parecchia gente passeggiava lì: alcuni meditabondi, solitari; altri, a due, a tre, chiacchierando e fumando. Io osservavo tutti. Nuovo del luogo, ancora impacciato, avrei voluto parere anch’io almeno un poco come di casa: e studiavo quelli che mi parevano più disinvolti; se non che, quando meno me l’aspettavo, qualcuno di questi, ecco, impallidiva, fissava gli occhi, ammutoliva, poi buttava via la sigaretta, e, tra le risa dei compagni, scappava via; rientrava nella sala da giuoco. Perché ridevano i compagni? Sorridevo anch’io, istintivamente, guardando come uno scemo. – A toi, mon chéri! – sentii dirmi, piano, da una voce femminile, un po’ rauca. Mi voltai; e vidi una di quelle donne che già sedevano con me attorno al tavoliere, porgermi, sorridendo, una rosa. Un’altra ne teneva per sé: le aveva comperate or ora al banco di fiori, là, nel vestibolo. Avevo dunque l’aria così goffa e da allocco? M’assalì una stizza violenta; rifiutai, senza ringraziare, e feci per scostarmi da lei; ma ella mi prese, ridendo, per un braccio, e – affettando con me, innanzi a gli altri, un tratto confidenziale – mi parlò piano, affrettatamente. Mi parve di comprendere che mi proponesse di giocare con lei, avendo assistito poc’anzi ai miei colpi fortunati: ella, secondo le mie indicazioni, avrebbe puntato per me e per lei. Mi scrollai tutto: sdegnosamente, e la piantai lì in asso. Poco dopo, rientrando nella sala da giuoco, la vidi che conversava con un signore bassotto, bruno, barbuto, con gli occhi un po’ loschi, spagnuolo all’aspetto. Gli aveva dato la rosa poc’anzi offerta a me. A una certa mossa d’entrambi, m’accorsi che parlavano di me; e mi misi in guardia. Entrai in un’altra sala; m’accostai al primo tavoliere, ma senza intenzione di giocare; ed ecco, ivi a poco, quel signore, senza più la donna, accostarsi anche lui al tavoliere, ma facendo le viste di non accorgersi di me. Mi posi allora a guardarlo risolutamente, per fargli intendere che m’ero bene accorto di tutto, e che con me, dunque, l’avrebbe sbagliata. Ma non aveva affatto l’apparenza d’un mariuolo, costui. Lo vidi giocare, e forte: perdette tre colpi consecutivi: batteva ripetutamente le palpebre, forse per lo sforzo che gli costava la volontà di nascondere il turbamento. Al terzo colpo fallito, mi guardò e sorrise. Lo lasciai lì, e ritornai nell’altra sala, al tavoliere dove dianzi avevo vinto. I croupiers s’erano dati il cambio. La donna era lì al posto di prima. Mi tenni addietro, per non farmi scorgere, e vidi ch’ella giocava modestamente, e non tutte le partite. Mi feci innanzi; ella mi scorse: stava per giocare e si trattenne, aspettando evidentemente che giocassi io, per puntare dov’io puntavo. Ma aspettò invano. Quando il croupier disse: – Le jeu est fait! Rien ne va plus! – la guardai, ed ella alzò un dito per minacciarmi scherzosamente. Per parecchi giri non giocai; poi, eccitatomi di nuovo alla vista degli altri giocatori, e sentendo che si raccendeva in me l’estro di prima, non badai più a lei e mi rimisi a giocare. Per qual misterioso suggerimento seguivo così infallibilmente la variabilità imprevedibile nei numeri e nei colori? Era solo prodigiosa divinazione nell’incoscienza, la mia? E come si spiegano allora certe ostinazioni pazze, addirittura pazze, il cui ricordo mi desta i brividi ancora, considerando ch’io cimentavo tutto, tutto, la vita fors’anche, in quei colpi ch’eran vere e proprie sfide alla sorte? No, no: io ebbi proprio il sentimento di una forza quasi diabolica in me, in quei momenti, per cui domavo, affascinavo la fortuna, legavo al mio il suo capriccio. E non era soltanto in me questa convinzione; s’era anche propagata negli altri, rapidamente; e ormai quasi tutti seguivano il mio giuoco rischiosissimo. Non so per quante volte passò il rosso, su cui mi ostinavo a puntare: puntavo su lo zero, e sortiva lo zero. Finanche quel giovinetto, che tirava i luigi dalla tasca dei calzoni, s’era scosso e infervorato; quel grosso signore bruno arrangolava più che mai. L’agitazione cresceva di momento in momento attorno al tavoliere; eran fremiti d’impazienza, scatti di brevi gesti nervosi, un furor contenuto a stento, angoscioso e terribile. Gli stessi croupiers avevano perduto la loro rigida impassibilità. A un tratto, di fronte a una puntata formidabile, ebbi come una vertigine. Sentii gravarmi addosso una responsabilità tremenda. Ero poco men che digiuno dalla mattina, e vibravo tutto, tremavo dalla lunga violenta emozione. Non potei più resistervi e, dopo quel colpo, mi ritrassi, vacillante. Sentii afferrarmi per un braccio. Concitatissimo, con gli occhi che gli schizzavano fiamme, quello spagnoletto barbuto e atticciato voleva a ogni costo trattenermi – Ecco: erano le undici e un quarto; i croupiers invitavano ai tre ultimi colpi: avremmo fatto saltare la banca! Mi parlava in un italiano bastardo, comicissimo; poiché io, che non connettevo già più, mi ostinavo a rispondergli nella mia lingua: – No, no, basta! non ne posso più. Mi lasci andare, caro signore. Mi lasciò andare; ma mi venne appresso. Salì con me nel treno di ritorno a Nizza, e volle assolutamente che cenassi con lui e prendessi poi alloggio nel suo stesso albergo. Non mi dispiacque molto dapprima l’ammirazione quasi timorosa che quell’uomo pareva felicissimo di tributarmi, come a un taumaturgo. La vanità umana non ricusa talvolta di farsi piedistallo anche di certa stima che offende e l’incenso acre e pestifero di certi indegni e meschini turiboli. Ero come un generale che avesse vinto un’asprissima e disperata battaglia, ma per caso, senza saper come. Già cominciavo a sentirlo, a rientrare in me, e man mano cresceva il fastidio che mi recava la compagnia di quell’uomo. Tuttavia, per quanto facessi, appena sceso a Nizza, non mi riuscì di liberarmene: dovetti andar con lui a cena. E allora egli mi confessò che me l’aveva mandata lui, là, nell’atrio del casino, quella donnetta allegra, alla quale da tre giorni egli appiccicava le ali per farla volare, almeno terra terra; ali di biglietti di banca; dava cioè qualche centinajo di lire per farle tentar la sorte. La donnetta aveva dovuto vincer bene, quella sera, seguendo il mio giuoco, giacché, all’uscita, non s’era più fatta vedere. – Che podo far? La póvara avrà trovato de meglio. Sono viechio, ió. E agradecio Dio, ántes, che me la son levada de sobre! Mi disse che era a Nizza da una settimana e che ogni mattina s’era recato a Montecarlo, dove aveva avuto sempre, fino a quella sera, una disdetta incredibile. Voleva sapere com’io facessi a vincere. Dovevo certo aver capito il giuoco o possedere qualche regola infallibile. Mi misi a ridere e gli risposi che fino alla mattina di quello stesso giorno non avevo visto neppure dipinta una roulette, e che non solo non sapevo affatto come ci si giocasse, ma non sospettavo nemmen lontanamente che avrei giocato e vinto a quel modo. Ne ero stordito e abbagliato più di lui. Non si convinse. Tanto vero che, girando abilmente il discorso (credeva senza dubbio d’aver da fare con una birba matricolata) e parlando con meravigliosa disinvoltura in quella sua lingua mezzo spagnuola e mezzo Dio sa che cosa, venne a farmi la stessa proposta a cui aveva tentato di tirarmi, nella mattinata, col gancio di quella donnetta allegra. – Ma no, scusi! – esclamai io, cercando tuttavia d’attenuare con un sorriso il risentimento. – Può ella sul serio ostinarsi a credere che per quel giuoco là ci possano esser regole o si possa aver qualche segreto? Ci vuol fortuna! ne ho avuta oggi; potrò non averne domani, o potrò anche averla di nuovo; spero di sì! – Ma porqué lei, – mi domandò, – non ha voluto occi aproveciarse de la sua forturna? – Io, aprove… – Si, come puedo decir? avantaciarse, voilà! – Ma secondo i miei mezzi, caro signore! – Bien! – disse lui. – Podo ió por lei. Lei, la fortuna, ió metaró el dinero. – E allora forse perderemo! – conclusi io, sorridendo. – No, no… Guardi! Se lei mi crede davvero così fortunato, – sarò tale al giuoco; in tutto il resto, no di certo – facciamo così: senza patti fra noi e senza alcuna responsabilità da parte mia, che non voglio averne, lei punti il suo molto dov’io il mio poco, come ha fatto oggi; e, se andrà bene… Non mi lasciò finire: scoppiò in una risata strana, che voleva parer maliziosa, e disse: – Eh no, segnore mio! no! Occi, sì, l’ho fatto: no lo fado domani seguramente! Si lei punta forte con migo, bien! si no, no lo fado seguramente! Gracie tante! Lo guardai, sforzandomi di comprendere che cosa volesse dire: c’era senza dubbio in quel suo riso e in – quelle sue parole un sospetto ingiurioso per me. Mi turbai, e gli domandai una spiegazione. Smise di ridere; ma gli rimase sul volto come l’impronta svanente di quel riso. – Digo che no, che no lo fado, – ripeté. – No digo altro! Battei forte una mano su la tavola e, con voce alterata, incalzai: – Nient’affatto! Bisogna invece che dica, spieghi che cosa ha inteso di significare con le sue parole e col suo riso imbecille! Io non comprendo! Lo vidi, man mano che parlavo, impallidire e quasi rimpiccolirsi; evidentemente stava per chiedermi scusa. Mi alzai, sdegnato, dando una spallata. – Bah! Io disprezzo lei e il suo sospetto, che non arrivo neanche a immaginare! Pagai il mio conto e uscii. Ho conosciuto un uomo venerando e degno anche, per le singolarissime doti dell’intelligenza, d’essere grandemente ammirato: non lo era, né poco né molto, per un pajo di calzoncini, io credo, chiari, a quadretti, troppo aderenti alle gambe misere, ch’egli si ostinava a portare. Gli abiti che indossiamo, il loro taglio, il loro colore, possono far pensare di noi le più strane cose. Ma io sentivo ora un dispetto tanto maggiore, in quanto mi pareva di non esser vestito male. Non ero in marsina, è vero, ma avevo un abito nero, da lutto, decentissimo. E poi, se – vestito di questi stessi panni – quel tedescaccio in prima aveva potuto prendermi per un babbeo, tanto che s’era arraffato come niente il mio denaro; come mai adesso costui mi prendeva per un mariuolo? «Sarà forse per questo barbone,» pensavo, andando, «o per questi capelli troppo corti…» Cercavo intanto un albergo qualunque, per chiudermi a vedere quanto avevo vinto. Mi pareva d’esser pieno di denari: ne avevo un po’ da per tutto, nelle tasche della giacca e dei calzoni e in quelle del panciotto; oro, argento, biglietti di banca; dovevano esser molti, molti! Sentii sonare le due. Le vie erano deserte. Passò una vettura vuota; vi montai. Con niente avevo fatto circa undicimila lire! Non ne vedevo da un pezzo, e mi parvero in prima una gran somma. Ma poi, pensando alla mia vita d’un tempo, provai un grande avvilimento per me stesso. Eh che! Due anni di biblioteca, col contorno di tutte le altre sciagure, m’avevan dunque immiserito a tal segno il cuore? Presi a mordermi col mio nuovo veleno, guardando il denaro lì sul letto: «Va’, uomo virtuoso, mansueto bibliotecario, va’, ritorna a casa a placare con questo tesoro la vedova Pescatore. Ella crederà che tu l’abbia rubato e acquisterà subito per te una grandissima stima. O va’ piuttosto in America, come avevi prima deliberato, se questo non ti par premio degno alla tua grossa fatica. Ora potresti, così munito. Undicimila lire! Che ricchezza!»
Raccolsi il denaro; lo buttai nel cassetto del comodino, e mi coricai. Ma non potei prender sonno. Che dovevo fare, insomma? Ritornare a Montecarlo, a restituir quella vincita straordinaria? o contentarmi di essa e godermela modestamente? ma come? avevo forse più animo e modo di godere, con quella famiglia che mi ero formata? Avrei vestito un po’ meno poveramente mia moglie, che non solo non si curava più di piacermi, ma pareva facesse anzi di tutto per riuscirmi incresciosa, rimanendo spettinata tutto il giorno, senza busto, in ciabatte, e con le vesti che le cascavano da tutte le parti. Riteneva forse che, per un marito come me, non valesse più la pena di farsi bella?
Del resto, dopo il grave rischio corso nel parto, non s’era più ben rimessa in salute. Quanto all’animo, di giorno in giorno s’era fatta più aspra, non solo contro me, ma contro tutti.
E questo rancore e la mancanza d’un affetto vivo e vero s’eran messi come a nutrire in lei un’accidiosa pigrizia. Non s’era neppure affezionata alla bambina, la cui nascita insieme con quell’altra, morta di pochi giorni, era stata per lei una sconfitta di fronte al bel figlio maschio d’Oliva, nato circa un mese dopo, florido e senza stento, dopo una gravidanza felice.
Tutti quei disgusti poi e quegli attriti che sorgono, quando il bisogno, come un gattaccio ispido e nero s’accovaccia su la cenere d’un focolare spento, avevano reso ormai odiosa a entrambi la convivenza. Con undicimila lire avrei potuto rimetter la pace in casa e far rinascere l’amore già iniquamente ucciso in sul nascere dalla vedova Pescatore? Follie! E dunque? Partire per l’America? Ma perché sarei andato a cercar tanto lontano la Fortuna, quand’essa pareva proprio che avesse voluto fermarmi qua, a Nizza, senza ch’io ci pensassi, davanti a quella bottega d’attrezzi di giuoco? Ora bisognava ch’io mi mostrassi degno di lei, dei suoi favori, se veramente, come sembrava, essa voleva accordarmeli. Via, via! O tutto o niente. In fin de’ conti, sarei ritornato come ero prima. Che cosa erano mai undicimila lire? Così il giorno dopo tornai a Montecarlo. Ci tornai per dodici giorni di fila. Non ebbi più né modo né tempo di stupirmi allora del favore, più favoloso che straordinario, della fortuna: ero fuori di me, matto addirittura; non ne provo stupore neanche adesso, sapendo pur troppo che tiro essa m’apparecchiava, favorendomi in quella maniera e in quella misura. In nove giorni arrivai a metter sù una somma veramente enorme giocando alla disperata: dopo il nono giorno cominciai a perdere, e fu un precipizio. L’estro prodigioso, come se non avesse più trovato alimento nella mia già esausta energia nervosa, venne a mancarmi.
Non seppi, o meglio, non potei arrestarmi a tempo. Mi arrestai, mi riscossi, non per mia virtù, ma per la violenza d’uno spettacolo orrendo, non infrequente, pare, in quel luogo. Entravo nelle sale da giuoco, la mattina del dodicesimo giorno, quando quel signore di Lugano, innamorato del numero 12, mi raggiunse, sconvolto e ansante, per annunziarmi, più col cenno che con le parole, che uno s’era poc’anzi ucciso là, nel giardino. Pensai subito che fosse quel mio spagnuolo, e ne provai rimorso. Ero sicuro ch’egli m’aveva ajutato a vincere. Nel primo giorno, dopo quella nostra lite, non aveva voluto puntare dov’io puntavo, e aveva perduto sempre; nei giorni seguenti, vedendomi vincere con tanta persistenza, aveva tentato di fare il mio giuoco; ma non avevo voluto più io, allora: come guidato per mano dalla stessa Fortuna, presente e invisibile, mi ero messo a girare da un tavoliere all’altro. Da due giorni non lo avevo più veduto, proprio dacché m’ero messo a perdere, e forse perché lui non mi aveva più dato la caccia. Ero certissimo, accorrendo al luogo indicatomi, di trovarlo lì, steso per terra, morto. Ma vi trovai invece quel giovinetto pallido che affettava un’aria di sonnolenta indifferenza, tirando fuori i luigi dalla tasca dei calzoni per puntarli senza nemmeno guardare. Pareva più piccolo, lì in mezzo al viale: stava composto, coi piedi uniti, come se si fosse messo a giacere prima, per non farsi male, cadendo; un braccio era aderente al corpo, l’altro, un po’ sospeso, con la mano raggrinchiata e un dito, l’indice, ancora nell’atto di tirare.
Era presso a questa mano la rivoltella; più là, il cappello. Mi parve dapprima che la palla gli fosse uscita dall’occhio sinistro, donde tanto sangue, ora rappreso, gli era colato su la faccia. Ma no: quel sangue era schizzato di lì, come un po’ dalle narici e dagli orecchi; altro, in gran copia, n’era poi sgorgato dal forellino alla tempia destra, su la rena gialla del viale, tutto raggrumato. Una dozzina di vespe vi ronzavano attorno; qualcuna andava a posarsi anche lì, vorace, su l’occhio. Fra tanti che guardavano, nessuno aveva pensato a cacciarle via.
Trassi dalla tasca un fazzoletto e lo stesi su quel misero volto orribilmente sfigurato. Nessuno me ne seppe grado: avevo tolto il meglio dello spettacolo.
Scappai via; ritornai a Nizza per partirne quel giorno stesso.
Avevo con me circa ottantaduemila lire.
Tutto potevo immaginare, tranne che, nella sera di quello stesso giorno, dovesse accadere anche a me qualcosa di simile.”

La ditta dell’acqua minerale
Massimo Volume
La ditta dell’acqua minerale di Massimo Volume
Tornò a casa
Che era ormai giorno
Aveva freddo
Malgrado fosse una splendida mattina d’agosto
Incrociò per strada
I vicini che andavano al lavoro
Gli chiesero se andasse tutto bene
Lui annuì
Ma aveva l’aspetto di un morto
Lei lo attese tutta la notte in vestaglia
Seduta sulla poltrona in soggiorno
Gli chiese dove fosse stato fino all’alba
Lui gli raccontò di una dama di cuori
E di un re di picche
Che quella notte
Non voleva donne attorno
Gli confessò della sua mano gelata
Quando aveva messo sul piatto
La ditta
La casa
Le vacanze all’estero
E i weekend in camper sul lago di Garda
“Il rischio per te è una tentazione troppo forte”
Gli disse lei con un misto d’odio e di amore
“Più di una scopata facile
Più del gioco in sé
O di una promessa uscita dalle labbra di un traditore
Tornerai domani da chi ti ha reso povero
Gli chiederai un posto da contabile
Nella fabbrica dove fino a ieri sei stato socio”
Presero in affitto
Un appartamento di due stanze
Di fronte alla fabbrica di acqua minerale
Che un tempo era stata sua
E dove adesso lavorava a mettere a posto le carte
Lui non tornò più a casa di giorno
Non ebbe più freddo nelle calde mattine d’agosto
E ai vicini che incontrava per strada
Diceva che andava tutto bene
Che la sua vita in fondo non era cambiata
Ma gli restò un’idea fissa nella testa
Che ogni uomo è una bottiglia
Mezza vuota o quasi piena
E che non si può giudicare
Senza fare i conti con quel liquido denso
Indifferente a ciò che è giusto
Agli occhi della gente

Il chitarrista
Ivan Graziani
Il Chitarrista di Ivan Graziani
Signore è stata una svista abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista.
Signore se lanci uno strale sbaglia mira per favore non farmi del male.
Te lo giuro in ginocchio qui in mezzo alla pista te lo giuro sulla Fender, io non l’ho fatto apposta.
Perciò, Signore è stata una svista abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista.
Non so com’è ma è accaduto lui è entrato nel bar con lei e si è seduto io ero li
affascinato, la sua carica sessuale si spandeva nel locale ed io di desiderio stavo
male. Così mi sono avvicinato e a giocare a poker l’ho invitato avevo un full e lui
due coppie cosa rilanci se non hai più niente tranne lei? “Se perdo tu l’avrai”
Signore è stata una svista abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista.
Ti giuro Signore è stata una svista abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista.
E le sue corde hanno vibrato in una notte io quel sogno l’ho bruciato mentre dormiva son
scappato con le gambe intorpidite le scarpe ancora slacciate con le gambe
intorpidite le scarpe ancora slacciate e con il mio mazzo di carte truccate

Crocifissione
Andrea Mantegna
Crocifissione di Andrea Mantegna (predella pala di San Zeno di Verona)
Tempera su tavola, 67×93cm (1457-59) Parigi, Louvre
Ai piedi della Croce di Cristo, dall’altra parte rispetto a Maria, ci sono i soldati che, seduti a terra, distratti, giocano a dadi le vesti di Cristo. Mantegna il gioco su una tavola a spicchi bianchi e rossi. La crocifissione è rappresentata distinta in due parti: in alto troviamo le croci, mentre la parte in basso è animata dai soldati, il gruppo delle donne sofferenti e San Giovanni. L’episodio si trova nel Vangelo di Giovanni, così lo descrive: «I soldati poi, quando ebbero crocefisso Gesù presero le sue vesti, ne fecero quattro parti — una per ciascun soldato — e la tunica. Ma quella tunica era senza cucitura, tessuta tutta d’un pezzo da cima in fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice: “Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”».
Tracce iconografiche dell’episodio evangelico sembrano comparire già nella seconda metà del IV secolo, nell’ipogeo romano di via Dino Compagni, scoperto sulla via Latina nel 1955, mentre si costruiva una palazzina.


La roulette
Edvard Munch
La roulette di Edvard Munch
Munch nel 1892, durante un soggiorno in Francia, andò spesso in treno a Montecarlo, frequentando il Casinò, quest’ultimo ha fornito all’artista vari spunti di riflessione che appuntò nei suoi diari, soprattutto in relazione all’ansia di precipitarsi ai tavoli, alla frenesia degli astanti nel giocare e alla velocità del gioco stesso, e all’azzeramento delle individualità dei giocatori: ”Vedo come la medesima passione renda tutti uguali, non c’è differenza: contessa o puttana sono identiche. Siedono con guance arroventate e occhi rossi…assenti”, o ancora: ”Una volta entrato, resti incantato, devi tornare ancora e ancora…”
Nel dipinto
In primo piano troviamo ragazzo, visto di spalle, intento a scrivere qualcosa su un foglio che tiene in mano. Non sono messe in evidenza le caratteristiche somatiche, anzi sono indistinguibili. Come tutti i presenti, è rapito dal gioco. Anche le altre figure sono tracciate in maniera priva di dettagli, a sottolineare che in quel momento sono tutti uguali, travolti dalla medesima spinta; stessa espressione assente. Non sono neanche visibili differenze sociali.
Al centro della scena non c’è la ruota ma il rettangolo contente le puntate. Tagliando le figure crea uno spazio ancora più compresso e tramite pennellate fluide e veloci enfatizza la frenesia del gioco.

Riflessioni e Relazioni

Quanto si gioca in Italia?
Quanto si gioca in Italia?
Il volume di denaro giocato in Italia nel 2021 è aumentato del 21%, attestandosi sul valore di 111,17 miliardi di euro, facendo segnare un nuovo record storico. Si ricordi che il dato del 2020 era stato profondamente influenzato dalla pandemia e dalle chiusure al gioco fisico imposte per limitare la diffusione del Covid-19. Nell’arco di appena 12 mesi la Raccolta è pertanto tornata ai livelli pre-pandemici – furono 110 i miliardi di euro giocati nel corso del 2019 – ma, come vedremo, con una ripartizione diversa fra gioco fisico e gioco online.
La Raccolta pro capite – calcolata sulla popolazione maggiorenne residente in Italia censita dall’ISTAT nel 2021 – è pari a circa 2.229 euro. Aumentano, di conseguenza, anche la Spesa (15,49 miliardi: + 19%) e gli incassi erariali (8,40 miliardi: + 16%).
Nel 2021 sono stati giocati 111 miliardi di euro rispetto al 2020 aumentato del 21%, era di 88 miliardi
La raccolta on line è salita del 60%
| Anno | Totale giocato | Percentuale vincite | Ammontare Vincite | Spesa | Entrate Erario | % Erario |
| 2019 | 110.464,18 | 82,4% | 91.044,77 | 19.419,53 | 11.351,01 | 58,45% |
| 2020 | 88.254,88 | 85,3% | 75.302,52 | 12.952,32 | 7.236,31 | 55,86% |
| 2021 | 111.179,68 | 86% | 95.681,83 | 15.490,69 | 8.408,73 | 54,28% |
Nel 2021 il giocato pro capite è stato 2229 euro. Ovviamente questi sono dati spalmati sui maggiorenni
| 2021 | |
| Rete fisica | Gioco on line |
| 44 miliardi | 67,17 miliardi |
| 13% in più rispetto all’anno prima | 36% in più rispetto all’anno prima |
Per il 2022 la stima del giocato 135-140 miliardi aumento di circa 30 %
Nel 2021 si nota un’importante crescita per i giochi on line tra i più giovani, questi ultimi giocano 1.360.620 rispetto al totale di 3.175.970, di questi 85% sono maschi
Regioni che giocano di più
- Campania 14,57
- Lombardia 12,85
- Sicilia 11,26
- Lazio 10,54
Regioni che giocano di meno
- Valle d’Aosta 0,14%
- Trentino 0,81%
- Umbria 1,04%
- Friuli 1,25%

Relazione sul fenomeno delle dipendenze nel Lazio
Relazione sul fenomeno delle dipendenze nel Lazio
Condividiamo con voi la relazione sul fenomeno delle dipendenze ne Lazio con i dati relativi al 2021

Ludopatia, quando il gioco diventa patologico
Ludopatia, quando il gioco diventa patologico
Ancora ad oggi quando si parla di gioco d’azzardo molte persone sottovalutano il fenomeno. Non viene vista una reale patologia, anche perché quando si pensa alla parola “gioco” le altre correlate solitamente hanno un’accezione positiva. Solo in Italia, secondo un’indagine condotta dall’Iss nel 2018, il 36,4% dei rispondenti aveva praticato il gioco d’azzardo nei 12 mesi precedenti. Proiettando il dato sull’intera popolazione, la stima è di 18,45 milioni di italiani che hanno provato scommesse, lotterie e slot machine. Di questi solo l’8,3%, ovvero circa 1,5 milioni di italiani, è identificato come giocatore problematico. Sul territorio dei Castelli Romani, sono disponibili due sportelli, l’ultimo attivo da gennaio 2023.
Abbiamo raggiunto Marco Tramonte, psicologo psicoterapeuta e responsabile degli sportelli sul gioco d’azzardo patologico dei distretti 6.1 e 6.2 per approfondire la questione.
Come funziona la rete di ascolto dello sportello?
Il progetto del 6.1 è gestito dalla cooperativa SARC, dalla cooperativa Folias e dalla cooperativa Il Cammino, le cui équipe sono composte da psicologi, psicoterapeuti ed educatori professionali.
Ciò che facciamo nel concreto è occuparci di prevenzione e contrasto al gioco d’azzardo patologico. Come? In primis tramite lo sportello di ascolto online, un esperimento che pensiamo possa portare i suoi frutti. È più facile chiedere aiuto sul web, mantiene una specie di anonimato e speriamo incoraggi più gente ad utilizzarlo. Tramite l’ascolto offriamo supporto e informazioni a persone con problematiche legate al gioco d’azzardo e ai loro familiari per orientarli verso i servizi di presa in carico socio-sanitaria attivi sul territorio. Interveniamo poi nelle scuole, per sensibilizzare e prevenire il gioco problematico. Poi, proseguendo, abbiamo l’unità di strada ed il gruppo di Ama-auto mutuo aiuto: uno spazio dove le persone con problematiche legate al gioco d’azzardo, possono confrontarsi e fornire reciproco sostegno.
Lo sportello del 6.2 è gestito sempre dalla cooperativa SARC con il partenariato di APS Attivamente. In questo caso lo sportello di ascolto è in presenza e si trova ad Albano e gli operatori svolgono anche un’ attività informativa durante i principali eventi dei Castelli Romani.
Come funziona la rete di ascolto dello sportello?
Il progetto del 6.1 è gestito dalla cooperativa SARC, dalla cooperativa Folias e dalla cooperativa Il Cammino, le cui équipe sono composte da psicologi, psicoterapeuti ed educatori professionali.
Ciò che facciamo nel concreto è occuparci di prevenzione e contrasto al gioco d’azzardo patologico. Come? In primis tramite lo sportello di ascolto online, un esperimento che pensiamo possa portare i suoi frutti. È più facile chiedere aiuto sul web, mantiene una specie di anonimato e speriamo incoraggi più gente ad utilizzarlo. Tramite l’ascolto offriamo supporto e informazioni a persone con problematiche legate al gioco d’azzardo e ai loro familiari per orientarli verso i servizi di presa in carico socio-sanitaria attivi sul territorio. Interveniamo poi nelle scuole, per sensibilizzare e prevenire il gioco problematico. Poi, proseguendo, abbiamo l’unità di strada ed il gruppo di Ama-auto mutuo aiuto: uno spazio dove le persone con problematiche legate al gioco d’azzardo, possono confrontarsi e fornire reciproco sostegno.
Lo sportello del 6.2 è gestito sempre dalla cooperativa SARC con il partenariato di APS Attivamente. In questo caso lo sportello di ascolto è in presenza e si trova ad Albano e gli operatori svolgono anche un’ attività informativa durante i principali eventi dei Castelli Romani.
Come fanno i familiari ad affrontare la malattia?
I familiari hanno doppia funzione: sono vittime e risorsa fondamentale. Spesso quest’ultimi sono i primi ad interfacciarsi con gli sportelli. Loro fanno parte della cura e offriamo servizi e sostegno anche ai cari.
Come fanno i familiari ad affrontare la malattia?
I familiari hanno doppia funzione: sono vittime e risorsa fondamentale. Spesso quest’ultimi sono i primi ad interfacciarsi con gli sportelli. Loro fanno parte della cura e offriamo servizi e sostegno anche ai cari.
Lucrezia Caminiti

C’È GIOCO… e GIOCO! – Prevenzione del gioco d’azzardo nella scuola
C’È GIOCO… e GIOCO! – Prevenzione del gioco d’azzardo nella scuola
Per comprendere meglio il ruolo che la scuola può giocare nella prevenzione al gioco d’azzardo patologico – e in altre forme di abuso/dipendenza – è
utile precisare il significato di prevenzione.
Il d.l. n. 158 del 2012 ha istituito presso il Ministero della Salute un Osservatorio sul gioco d’azzardo – di cui fanno parte esperti individuati dai
Ministeri ed esponenti delle associazioni rappresentative delle famiglie e dei giovani – allo scopo di monitorare il fenomeno e studiare le misure per
contrastare la diffusione del gioco d’azzardo patologico. L’Osservatorio, nelle “Linee di azione” approvate dalla Conferenza Stato Regioni il 6
Dicembre 2017, definisce “prevenzione” ogni “azione diretta a impedire il verificarsi o il diffondersi di fatti non desiderati o dannosi”.
Le azioni di prevenzione in riferimento al gioco d’azzardo patologico (GAP) sono riconducibili a quattro principali ambiti:
1. iniziative educative e informative sul gioco d’azzardo patologico e non;
2. azioni di analisi e monitoraggio dei comportamenti dei giocatori;
3. azioni di formazione di operatori, educatori, insegnanti;
4. azioni di regolazione della distribuzione delle vincite/perdite.
Nel contesto scolastico la prevenzione si può attuare prevalentemente sui due livelli dell’informazione/educazione degli studenti e della
formazione agli insegnanti.
La scuola costituisce un luogo privilegiato per l’attività di prevenzione; nello specifico consente di lavorare sulla prevenzione universale (Korn e
Shaffer- 1999); essa è rivolta a tutti i cittadini, coinvolgendo sia i soggetti che non hanno alcun comportamento di gioco, sia coloro che giocano in
modo sano; viene anche definita prevenzione primaria. Nell’ambito del GAP, mira in genere ad accrescere la consapevolezza sulle probabilità di
vincita reali dei giochi, sulle caratteristiche che ne favoriscono un utilizzo compulsivo e sugli aspetti della dipendenza patologica.
Parallelamente, l’istituzione scolastica può essere vista anche come un vero e proprio “Front Office” in grado di raccogliere le richieste di aiuto dei
giovani, di individuare i segnali di allarme nei comportamenti degli studenti, in grado di fornire informazioni corrette e a progettare interventi di
prevenzione efficaci anche in collaborazione con altri esperti.
In questo senso emerge l’importanza del lavoro proposto all’interno della scuola

La cinquina al lotto
La cinquina al lotto
Ragionando di giochi svantaggiosi, il pensiero corre subito al Lotto, che svantaggioso lo è di sicuro, ma pochi immaginano quanto!
Consideriamo la Cinquina, una puntata non molto utilizzata dagli scommettitori. Si tratta di indovinare tutti e 5 i numeri estratti e se ci si riesce si guadagna 6.000.000 di volte quello che si è puntato. Facciamo due conti.
Su 90 numeri le possibili cinquine sono 43.949.267; sono le possibili combinazioni di 90 oggetti presi a 5 a 5, cioè (90x89x88x87x86)/(5x4x3x2) = 43.949.267; di questi ne viene effettivamente estratta una sola (con 5 numeri si può evidentemente formare una sola
cinquina) e dunque la probabilità di successo è di 1 su 43.949.267. La vincita equa dovrebbe quindi essere 43.949.267 la posta. E invece la vincita è di soli 6.000.000 di volte, senza contare che all’incasso ci sarà qualche ulteriore piccola trattenuta fiscale.
Proviamo a capire meglio:
P= 1/43.949.267 e N= 6.000.000:
R= 1/43.949.267 x 6.000.000= 0,1365
Il rendimento è bassissimo, pari al 13,65 % di quanto si è puntato.
Cioè lo stato per ogni 100 euro che incassa con questo tipo di puntata ne redistribuisce in media 13,65 e se ne tiene 86,35. È come se giocaste a testa e croce e quando perdete, perdete un euro, mentre quando vincete, vincete 14 centesimi: chi potrebbe mai giocare a
queste condizioni!?[…]
(da “Il grande libro del blackjack e dei giochi da casinò”, D. De Toffoli, M. Bonaldi, Sperling & Kupfer, 2011)

Gioco d’azzardo in adolescenza
Studio su un campione non clinico
Partner di progetto:
Gli interventi di prevenzione e contrasto del gioco d’azzardo patologico sul territorio del Distretto Socio-Sanitario 6.1 vedono, attraverso un doppio finanziamento da parte della Regione Lazio, la sinergia di due diversi progetti.
La parte finanziata direttamente dall’Ufficio di Piano si occupa, attraverso l’affidamento alla cooperativa SARC, della gestione di uno sportello di ascolto online e di azioni di prevenzione e sensibilizzazione, tra cui gli interventi psico-educativi nelle scuole.
L’altra parte del finanziamento, da parte di IRAIM (Istituti Raggruppati per l’Assistenza all’Infanzia e ai Minori) costituisce un progetto gestito dalle cooperative “Folias” e “Il Cammino” che si occupa di Gruppi di Auto Mutuo Aiuto e Unità di Strada.

Per ulteriori informazioni 069576414 – informazioni@coopsarc.org
Entra in contatto con noi
Se desideri conoscere i nostri servizi o sei alla ricerca di una carriera stimolante e dinamica, contattaci!
Siamo pronti ad ascoltarti e a rispondere a tutte le tue domande.


